Il laboratorio in presa diretta
Oggi c’è Pete Tidemann, un esperto statunitense di comunicazione (con una impressionante somiglianza con Bruce Willis). Ci parlerà di fund raising e in generale di comunicazione di eventi in luoghi poveri, ove per “povero”, come sottolinea Alberto, non si intende un luogo come la Basilicata, ma si intende luoghi del mondo dove il reddito medio è 1 dollaro al giorno.
ore 10:00 – Tidemann racconta come è arrivato ad occuparsi di organizzazione di eventi e poi di fund raising a Zanzibar, in Africa. Ha cominiciato nel 2001 per pura passione, aiutando a mettere su un Film Festival, con dotazioni tecnologiche molto precarie. Al termine del Festival, gli organizzatori gli hanno chiesto di restare e preparare dei workshop per formare i tecnici del suono, delle luci, etc. Lui, allora, consapevole che senza fondi sarebbe stato difficile insegnare qualcosa a qualcuno, ha cominiciato a provare a raccogliere fondi negli Stati Uniti e altrove per finanziare i workshop e alla fine, l’intero Festival nelle sue varie edizioni. Questa esperienza ha fatto di lui un fund raiser.
Co-opetition, ovvero un mix fra competizione e collaborazione: questo è un concetto molto importante per i progetti creativi, ed è un concetto che dovrebbe permeare di sè anche il lavoro di Visioni Urbane. Tidemann chiede se nel gruppo di VU ci sia, ci sia mai stata, co-opetition, e se è stata notata una differenza fra prima e dopo.
Tidemann suggerisce di porsi delle domande, prima di affrontare un progetto dove sia necessario attivare una co-opetition: chi siamo? qual è il terreno che abbiamo in comune? cosa cerchiamo? come possiamo rendere semplice e chiara la comunicazione?
Ad Haiti la difficoltà è stata quella di convincere le fondazioni a mettere soldi in una impresa apparentemente futile come un festival di musica, visto che c’erano problemi ben più seri: la denutrizione, la disoccupazione, la mancanza di acqua, etc. Il governo si tirava indietro, i finanziatori dimezzavano le loro donazioni. Ci è voluto un anno e mezzo per raccogliere i fondi necessari pe rla prima edizione del festival. Per le successive edizioni si è avuta l’idea di trasformare il festival in uan fondazione, e poi in uan scuola di cinema. Ricevere fondi per una scuola, ovvero ad una istituzione formativa che assicura il futuro dei giovani haitinai, è stato molto più facile e “politicamente corretto” anche da parte di fondazioni ed istituzioni finanziarie. Se questo è stato possibile in un paese del terzo mondo, perchè non dovrebbe essere possibile anche in Italia?
Tidemann passa poi a spiegare un modello teorico, creato dal suo collega Reggie Prim, per costruire impegno civile nelle manifestazioni artistiche. Il modello si basa su 4 C: Container (l’immobile, il contenitore fisico), Convener (colui che convoca, colui che crea l’occasione), Connector (il connettore, colui che evidenza le differenze e fa in modo che fra esse si ponga un ponte, per superarle), Catalyst (il catalizzatore, l’evento o la persona che rende tutto possibile).
Ci sono poi 4 potenziali mercati per reperire risorse economiche: Fondazioni, Corporazioni (ovvero grandi aziende), Governo o Enti Pubblici, singoli Individui. Dopo aver studiato il modello teorico, si è alla fine in grado di rispondere alle domande poste all’inizio.
Viene posta la domanda relativa al fatto che in Basilicata si dipende troppo dagli Enti pubblici, e come si concilia questo con l’autosostenibilità dei Centri creativi? la risposta ha a che fare con il coinvolgimento di persone tramite la formazione, che può essere promossa a pagamento, sfruttando le ricchezze locali; altro “segreto” può essere il coinvolgimento delle persone, siano o meno finanziatori, che si sentano coinvolte nei progetti realizzati e quindi si sentono parte dell’organizzazione che li realizzano. E persone coinvolte sono poi persone collaborative, che aiutano a raccogliere fondi per il futuro.
Una organizzazione-tipo di una istituzioni che si occupi di un progetto culturale è fatta da un board director, da uno staff senior che comprende il direttore tecnico, quello del marketing, quello che si occupa di reperire i fondi. Poi ci sono i volontari, il cui prezioso lavoro va sempre tenuto in conto. Molto importante è anche fare programmazioni a medio-lungo termine, sulla vita di una istituzione che si occupi di cultura: così i finanziatori si sentiranno invogliati ad investire. Sviluppare un senso di partecipazione nel donatore.
Importante è anche la trasparenza della contabilità delle donazioni, perchè il donatore si senta sicuro dell’obiettivo per quello che spende, e un database di sponsor o donatori, passati e futuri.
ore 12:30 – dopo una breve pausa caffè, Alberto chiede al gruppo di fare domande, molto concrete, come è stata la spiegazione di Pete, relative ai propri progetti e alle difficoltà di trovare fondi per realizzarli.
Parlano Max Selvaggi di Allelammie, Luca Acito di Cinefabrica, Antonio Nicoletti di Onyx Jazz Club, Enza De Stefano di ArtePollino, Massimo Todini di LIS: ad ognuno di costoro Pete Tidemann fa una diagnosi “esterna” di punti di forza e punti di debolezza del proprio sistema di fund raising. Il discorso si sposta sul come vendere il prodotto ArtePollino, ovvero l’arte contemporanea nel parco nazionale, come una opportunità di sviluppo.
ore 14:00 – pausa pranzo
ore 15:30 – ripresa dei lavori. Proseguono le curiosità, le domande, le richieste di consigli. Pete Tidemann non è un teorico: entra nel vivo dei singoli progetti, scava, vuole il corpo vivo delle attività, e sapere quanti piedi ci mettono dentro i creativi che le hanno pensate. I creativi richiedono a gran voce le sue slide, per essere sicuri di portare via qualcosa di concreto, da studiare, qualcosa che resti. Alle 17:30 i lavori si chiudono.







