Storia Collettiva

Wednesday, 5 December , 2007 – 18:41

L’idea di creare una Storia Collettiva, lanciata in un commento da Andrea di Cinefabbrica, è troppo bella per non essere inserita tra i protagonisti dei materiali utilizzati in questo progetto.

Cos’è questa Storia Collettiva? Si tratta di una storia che possa essere rappresentativa di tutte le nostre realtà, e che possa far comprendere al nostro ospite qual’è la nostra condizione attuale. Bisognerebbe provare ad “inventare” questa storia, cioè provare a partire dal proprio vissuto per raccontare una storia che non ci appartiene fino in fondo e che possa essere condivisa da tutti.

3 piccole regole per lavorare:
- ogni pezzo di storia dovrà essere al massimo di 10/15 righe;
- bisogna attenersi ai propri vissuti personali e territoriali (ovviamente);
- bisogna iniziare con le ultime parole del pezzo di testo precedente.

Iniziamo con i testi inseriti dopo la proposta di Andrea, che sono calzanti alle “regole del gioco”:

Sono in viaggio verso la Basilicata.
Mi hanno invitato ad un incontro e non ho capito bene di cosa si parlerà. Ma l’idea mi alletta alquanto. Gia prima di partire ho raccolto informazioni su questa terra da tutti definita come un posto dove la storia scorre lentamente.
Ci sono cose che ho letto che mi hanno toccato nei ricordi più profondi, come se questa terra lontana un po mi appartenga, facendo risuonare in me echi di ricordi sepolti. Leggo su appunti raccolti che qui esistono delle “piccole memorie”, in ognuno di noi, frammenti di vita fissati come in fermi immagine, che fanno della gente di questi luoghi persone accoglienti, con uno spiccato senso dell’apparteneza (al genere umano credo), e che sanno non dimenticare.
Ora su questo trenino che mi porta verso la Basilicata comincio a riconoscere i colori, le forme come fossero appartenute anche a mi accorgo che tutte queste piccole cose presenti nella nostra memoria sono come una cura o una terapia per la longevità.
La ragazza seduta difronte a me comincia a parlarmi……..
(andrea - cinefabrica)

la ragazza inizia a parlarmi…(..)
io non riesco ad ascoltare, piuttosto fingo di ascoltare. In treno lungo la strada percorsa dalle rotaie, scorrono intensamente le immagini di alberi, case, boschi, e poi, sempre più di rado, ancora case fra calanchi brulli e paesini sempre più distanti fra loro. ci avviciniamo a Matera. la stazione di Ferrandina è deserta, ma un piccolo Bus ci aspetta. La ragazza scende con me, va a Matera. L’autista dell’autobus dice che ci porta in Città. Lontanamente la striscia orizzontale di luci. Mi emoziono. sto arrivando a casa.
ogni volta che torno a casa dai miei viaggi penso a quante volte ho provato emozione vedendo quella striscia orizzontale di luci. un orgoglio patrio che sale agli occhi, un senso di appartenenza che ognuno di noi può comprendere quando torna a casa. al ventre. si tratta infatti di questo, di una storia della psiche che esiste grazie al ventre che ci ha tirati fuori. la casa. la madre.
La ragazza ha smesso di parlare perchè sono stata antipatica nel mio essere solitaria, ma io sapevo che non potevo condividere quel sentimento. per intenderci: quando ho visto il finale di Cinema Paradiso ho pianto molto.
scendo dall’autobus in piazza Matteotti. Via Aldo Moro, il Comune in cemento armato, il tribunale in cemento armato, il piazzale in cemento armato. e va bene, siamo nel 2007….
(loredana)

… e va bene, siamo nel 2007…ma è possibile che questo sia il solito alibi che si danno quelli che vivono gli spazi come gusci di noce da arredare in fretta per dar loro una funzione prestabilita, senza fantasia? E’ forse questo il punto…la Basilicata della fantasia, quella fresca della creatività istintiva o ragionata, prescinde ormai dal riferimento fisico degli spazi. Raccontiamo il territorio e abbiamo solo contenuti, senza contenitori. Meglio del contrario, sicuramente. Siamo architetti del mondo delle idee, i colori li abbiamo dentro ma non intorno a noi e storciamo il naso quando la realtà del quotidiano ci costringe a scontarci con la necessità di avere uno spazio, un palcoscenico, uno studio di registrazione, una sala convegni dove i contenuti possano essere fruiti. Da tutti.
Ma questa è casa mia. E’ qui che ho deciso di vivere. Di provare. E i pensieri dell’indignazione, bè, con quelli ho imparato a convivere e so che arrivano ogni volta che da un meraviglioso, unico, fottutissimo viaggio ritorno a casa mia. Anche questa volta è così. Poi torno a casa e senza nemmeno disfare la valigia accendo il computer. Ci sono tre email…..
(AGORAUT)

Vuoi continuare questa storia? Scrivila nei commenti qua sotto. Inizia dalle ultime parole qui riportate. Per proseguirla ulteriormente, bisogna riportare le ultime parole dell’ultimo testo aggiunto.

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